Fratture dell’omero prossimale: classificazione ed indicazioni a trattamento chirurgico 
Abstract
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Le fratture di omero prossimale rappresentano una patologia traumatologica molto comune: ad oggi rappresentano il 5% delle fratture rilevate. Si tratta di una patologia che colpisce prevalentemente donne (3 casi su 4) con età compresa tra gli 80 e gli 89 anni (il 70% avviene in pazienti con più di 60 anni).
In letteratura sono descritti vari metodi di classificazione delle fratture di omero prossimale; le più utilizzate sono la classificazione di Neer (descritta nel 1970) e la classificazione AO (2018). La prima rappresenta ancora oggi la metodica di classificazione più utilizzata ed è basata sul numero di frammenti presenti, sulle strutture anatomiche coinvolte e sul grado di scomposizione. La seconda, invece, divide le fratture in tre gruppi (A,B,C) sulla base del rischio di necrosi della testa omerale; si tratta di una classificazione maggiormente descrittiva, difficilmente applicabile nella quotidianità clinica.
Oltre al trattamento conservativo, utilizzato nel 20% circa dei casi di frattura di omero prossimale, soprattutto in pazienti anziani con comorbidità, esistono varie possibilità di trattamento chirurgico. Quelle maggiormente diffuse sono la tecnica open di riduzione e sintesi con placca e viti (ORIF), da preferire soprattutto in casi di pazienti giovani con alta richiesta funzionale, il chiodo endomidollare, utilizzato soprattutto nelle fratture di metafisi e diafisi, la riduzione e sintesi con fissatore esterno, utilizzata soprattutto per fratture a 2/3 frammenti in soggetti over 65, e le tecniche di sostituzione protesica con protesi anatomica, in pazienti con integrità della cuffia dei rotatori, o inversa, in pazienti anziani o con lesioni della cuffia dei rotatori.
